Processi pedagogici e sordità

Visto che, come diceva Kurt Lewin, “niente è più pratico di una buona teoria”, ci sembra opportuno illustrare i riferimenti teorici che fanno da orizzonte di riferimento alle nostre proposte.
Abbiamo in più sedi già detto quanto per noi sia cruciale fornire un’educazione in grado di far emergere e sviluppare la capacità di gestione della complessità, la capacità di padroneggiare linguaggi multipli e di sviluppare saperi multidisciplinari e multidimensionali, ma anche quanto sia fondamentale, nel nostro
presente pedagogico, essere pronti a far fronte alla mutazione antropologica del pensiero e della coscienza dell’uomo.

In termini generali abbiamo ribadito più volte la necessità di utilizzare in modo non strumentale le tecnologie, secondo i riferimenti della pedagogia scientifica, rispetto alla loro potenzialità nel
formare una un pensiero trasversale in grado cioè di comunicare utilizzando linguaggi diversi e di creare sempre nuove architetture mentali utili a fronteggiare la complessità del nostro mondo attuale.
Morin (2000 p. 5), con altre argomentazioni, ci ricorda anch’egli come vi sia una profonda inadeguatezza tra «saperi disgiunti, frazionati, suddivisi in discipline» offerti dalle istituzioni formative e «realtà o problemi sempre più polidisciplinari,trasversali, multidimensionali, transnazionali, globali, planetari» con cui la società ci costringe a confrontarci. Un approccio riduzionistico, che snatura il processo educativo e lo trasforma in rieducativo, rappresenterebbe una grossa perdita di opportunità per i nostri bambini sordi che in molti casi hanno il “privilegio” (che i bambini udenti non hanno) di avere a loro disposizione
un professionista dell’educazione che, guardando al potenziale e non a ciò che manca, possa fornire strumenti di formazione straordinari, se solo si dimostrerà all’altezza di questa sfida,
perché… come ci ricorda Morin (Ibidem), citando de Montaigne “è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”.
In una società dove la scuola sembra ancora distinguere tra materie umanistiche e scientifiche e organizzare il sapere a compartimenti, la pedagogia, proprio nella debolezza del suo essere “generale”, del suo abbracciare saperi multipli, oggi potrebbe rappresentare una forza di illimitato potenziale. Il suo essere olistica, infatti, potrebbe dare alla molteplicità degli interventi riabilitativi, medico chirurgico, tecnico protesici, ecc., un senso unitario, una finalità condivisa e unica che valorizzi la rete come forza di stimolo e accompagnamento verso la crescita del bambino in sinergia con la sua famiglia. Il servizio educativo sarà all’altezza della sfida? Lo sarà se gli educatori sapranno rendere l’esperienza educativa come esperienza vissuta del bambino in quanto cultura, in quanto sapere utile al suo essere–nel–mondo, perché è la vita che educa, se sa farsi critica dell’esistenza (Erbetta 1998). Ecco che l’educatore sarà all’altezza del suo compito se saprà guidare l’allievo a vivere esperienze di senso, guardate dall’allievo stesso come critica della sua vita, nell’orizzonte della relazione tra ciò che egli è e ciò che vuole diventare. Ecco che educazione ed esistenza coincideranno e gli interventi educativi avranno significato per la vita.

Questo brano, tratto dal nostro processi pedagogici e sordità, illustra in modo chiaro qual è il seno del nostro medodo: EDUCARE ALLA LETTURA E ALLA SCRITTURA, come fine. I MA.VI. ne rappresentano lo strumento.

Pubblicato da Maria Michela Sebastiani

Pedagogista, titolare dello Centro Pedagogico Linguistico di Torino

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