Linguistica e grammatica: due facce della stessa medaglia.

Un unico oggetto, la lingua, al centro degli interventi di educazione linguistica.

Chiunque lavori sull’aspetto comunicativo/linguistico dovrebbe avere una buona competenza in materia di linguistica e grammatica, strumenti fondamentali anche per una corretta applicazione dei MA.VI.®

Partiamo dalle definizioni di base: la linguistica è la disciplina che si occupa di cosa sono, come sono fatte e come funzionano le lingue storico–naturali mentre la grammatica è il modello descrittivo di una data lingua ed è lo strumento per categorizzare e prendere coscienza dei meccanismi sui quali essa si organizza.

Di fatto la linguistica e la grammatica sono due facce della stessa medaglia, due modi di guardare lo stesso oggetto, la Lingua.

Esiste perciò una corrispondenza di argomenti e funzioni tra linguistica e grammatica:

  • la fonetica della linguistica corrisponde all’ortografia e alla punteggiatura della grammatica
  • la morfologia della linguistica corrisponde all’analisi grammaticale ed alle classi di parole
  • la sintassi della linguistica corrisponde all’analisi logica e del periodo

Tuttavia nella prassi di insegnamento ed educazione linguistica non è sempre presente, a nostro parere, una corrispondenza chiara e organizzata su questi due aspetti.

Facciamo l’esempio del livello morfologico e della corrispondente analisi grammaticale e di come questi due aspetti possano essere in dialogo tra loro.

Dal punto di vista della linguistica le parole sono costituite da morfemi lessicali, che sono portatori di un significato e morfemi grammaticali, che determinano grammaticalmente il lessema lessicale (per genere, numero e persona). I morfemi grammaticali a loro volta si distinguono in morfemi derivazionali (che determinano la derivazione di una parola da un’altra) e flessionali (che portano informazioni su genere, numero, modo, persona e tempo).

Ad esempio:

macchin        –          in              –         a

m. lessicale     m. derivazionale      m. flessionale

mangi         –        o            

m. lessicale     m. flessionale

Ci sono poi parole funzionali, non includibili totalmente né tra i morfemi lessicali, né in quelli grammaticali: si tratta degli articoli, dei pronomi e delle preposizioni. Queste parole possono essere definite anche morfemi semiliberi perché sono contemporaneamente “liberi”, cioè portatori di un significato proprio, sia “legati”, cioè il loro significato specifico è comprensibile solo in relazione al morfema lessicale a cui si riferiscono.

Secondo la maggior parte degli autori le persone con bisogni linguistici presentano maggiori difficoltà nella comprensione della morfologia grammaticale in genere ed ancor più con la morfologia semilibera. I motivi di tali difficoltà sono sostanzialmente due: da una parte i morfemi grammaticali sono portatori di significati non identificabili con un oggetto o un’identità, proprio perché la loro funzione è “modificare” un oggetto o identità. Dall’altra sono costituiti da una struttura fonica “debole”, quindi sono poco distinguibili nell’ascolto uditivo (o nella lettura labiale) e, perciò, difficilmente identificabili.In base a come le parole si strutturano relativamente ai morfemi, la grammatica tradizionale italiana individua 9 classi di parole: di queste alcune sono variabili (sono perciò formate da una radice lessicale fissa e uno o più morfemi grammaticali) ovvero nomi, aggettivi, articoli, pronomi e verbi mentre altre sono invariabili ovvero avverbi, congiunzioni, preposizioni e interiezioni..

Rispetto a questa suddivisione è necessario tener presente che, in quanto tentativo di classificare uno strumento complesso come quello della lingua, tale distinzione non è affatto rigida. Diverse sono state le classificazioni nel tempo (già i greci e latini vi si erano cimentati) e la stessa ripartizione si può modificare a partire dai criteri che si utilizzano. Inoltre è la situazione linguistica a determinare l’appartenenza a questa o quella categoria. Un esempio su tutti: se chiedessimo al lettore di inserire una parola come correre all’interno della classificazione proposta, indubbiamente egli risponderebbe che questo è un verbo. Tuttavia se inseriamo questa parola in un contesto frasale, quale: il correre fa bene a tutti ecco che questa parola riveste il ruolo di nome.

Per illustrare quale complessità si nasconda dietro parole che noi utilizziamo con tanta facilità e per dar conto di cosa significhi non padroneggiare la lingua, illustriamo alcuni concetti relativi alla preposizione, una classe grammaticale che risulta particolarmente complessa nella nostra lingua.

 La preposizione, invece, è una parte che esprime un rapporto sintattico tra diversi componenti della frase (due parole o due frasi). Le preposizioni necessitano, per essere comprese, dell’individuazione delle componenti che esse mettono in relazione: tale relazione ha sempre valore subordinante ma, a seconda dei contesti, può avere diversi significati. Facciamo un solo esempio, quello della preposizione di, che ha il valore semantico di “specificazione” intesa nel senso più lato, ma che, a seconda del contesto sintattico, può significare:  specificazione in senso proprio, denominazione, argomento, materia, abbondanza e privazione, qualità, quantità, causa, limitazione, partitivo, paragone, fine. Per non parlare dei significati non riconducibili a quello di specificazione, ovvero: moto da, per, a luogo, origine, modo, tempo, mezzo, causa efficiente e agente.

Riteniamo che tale complessità non possa essere “trasmessa” dal solo studio della grammatica, intesa come insieme di regole, perché è l’uso che ne determina la funzione e che permette al parlante (o al lettore) di accedere al significato di quanto detto (o scritto). Come dire: anche se conosco a memoria le preposizioni semplici, non significa che io le sappia usare correttamente o che ne rilevi il giusto significato nei diversi contesti linguistici.

Così, il parlante nativo italiano non migliorerà il proprio approccio alla lingua attraverso le sole regole grammaticali. A maggior ragione il bambino con bisogni linguistici specifici (perché straniero, sordo, avete un ritardo di linguaggio ecc.) non acquisterà competenza linguistica attraverso tali regole.

Serve, quindi, un cambiamento, con attività che aiutino a coniugare l’aspetto linguistico e quello grammaticale. I MA.VI.® sono proprio uno strumento che permette di evidenziare le parole mettendole in relazione con gli altri elementi del testo a cui si riferiscono, accompagnando il bambino a porsi domande (e, nel tempo, a darsi le risposte) sulla funzione di volta in volta assunta da quella parola. Questo tipo di attività, portato avanti in modo sistematico dai nostri Esperti MA.VI., può davvero generare un nuovo approccio al testo, per un dialogo reale tra linguistica e grammatica!

Dott.ssa Emanuela Valenzano, Linguista

Bibliografia:

Berruto G., Corso elementare di linguistica generale, Torino, utet/De Agostini, Novara 2006.

Sebastiani M.M., Valenzano E., Educare alla lettura con i marcatori visivi, Aracne, Roma 2016.

Pubblicato da Maria Michela Sebastiani

Pedagogista, titolare dello Centro Pedagogico Linguistico di Torino

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