Perché non basta insegnare la grammatica ai sordi (e non solo) per risolvere il problema della comprensione del testo?

Per comprendere le difficoltà delle persone sorde alle prese con la comprensione del testo scritto, è utile fare un paio di premesse.

Prima di tutto, nessuno di noi (udenti) ha avuto bisogno di un manuale di grammatica per imparare la lingua italiana: gli studi ci dicono che già a 48 mesi i bambini possiedono le strutture di base della lingua alla quale sono esposti, essendo perciò in grado di comprendere e produrre frasi di notevole complessità morfo-sintattica.

Uno dei modelli che spiegano come ciò sia possibile è quello illustrato da Chomsky secondo il quale le lingue, apparentemente molto diverse, hanno in realtà caratteristiche comuni, previste all’interno delle opzioni della grammatica universale. Quest’ultima è intesa come uno schema innato comune a tutte le lingue, ovvero un insieme di principi altamente restrittivi, dotati di parametri, «che possono essere fissati sulla base dell’esperienza in un modo o nell’altro» (Chomsky 1998).

Il bambino, che ha dentro di sé la predisposizione innata ad acquisire una lingua, deve “solo” attivare le opzioni della propria lingua (all’interno delle possibilità date dalla grammatica universale), andando a costruirsi una grammatica mentale ed un lessico mentale, tali da permettere nel giro di pochi anni dalla nascita di possedere le strutture e un vocabolario già molto articolato della/e lingua/e alla/e quale/i si è esposti. Per illustrare questo processo Chomsky utilizza la metafora degli “interruttori”: con un’esposizione relativamente limitata ad una lingua, il bambino è in grado di posizionare questi interruttori sui valori corrispondenti a quella lingua.

Facciamo un esempio pratico sulla struttura sintattica di base della lingua italiana, è costituita da:

soggetto (s) + verbo (v) + oggetto (o). Il bambino esposto alla lingua italiana “accenderà” l’interruttore relativo a questa struttura tra quelli a disposizione (svo sov vso, per citare le possibilità più diffuse), cioè identificherà la struttura di base, andando successivamente ad “annotare” le eccezioni, cioè le strutture meno diffuse, come ad esempio le “frasi scisse”. Una prova empirica è data dall’osservazione dei bambini che producono frasi errate, utilizzando regole generali, non avendo ancora “annotato” tutte le eccezioni grammaticali, come, nell’ambito morfologico, il bambino che dice ieri ho leggiuto un libro (sulla base di bere–bevuto).

   Il nostro approccio con la grammatica inizia, invece, in fase scolastica: tale materia è lo strumento per categorizzare e prendere coscienza dei meccanismi sui quali la lingua, che già conosciamo e sappiamo usare, si organizza. È interessante riflettere sul fatto che il ruolo della grammatica è di osservare le regolarità di una lingua: essa, infatti, non ha (o non dovrebbe avere) un’accezione normativa, anche se, di fatto, spesso riveste questa funzione in ambito scolastico. Questo “slittamento” di funzione origina dalla natura stessa del linguaggio che è in continua evoluzione: tale evoluzione comparirà prima nel parlato e, solo successivamente sarà studiata dai grammatici, ricevendone eventualmente uno status grammaticalmente rilevante.

Diverso è invece l’approccio di una persona straniera adulta che, volendo apprendere l’italiano, potrebbe utilizzare la grammatica per una migliore e più veloce acquisizione. Tuttavia, nei corsi di italiano per stranieri la grammatica è utilizzata con strategie didattiche diverse da quelle utilizzate nelle ore scolastiche di grammatica italiana: queste strategie tengono conto dei principi studiati dalla linguistica acquisizionale, il cui presupposto primo è che lo straniero abbia già una competenza linguistica della propria lingua madre (chiamata l1) e che debba “soltanto” tradurre il proprio sistema di regole in quello della lingua di arrivo (l2).

Per quanto riguarda la maggior parte dei bambini sordi, il problema consiste nel fatto che essi non sono né apprendenti naturali della lingua madre orale, né stranieri (come a volte erroneamente si pensa) dato che non possiedono una lingua di partenza.

Questo è il motivo per il quale, di fatto, risulta di solito inutile (e a volte controproducente) insistere con l’insegnamento della grammatica che spesso finisce per essere una sterile applicazione di regole senza ricadute sul piano della competenza e dell’uso della lingua nella vita quotidiana. Infatti, in molti casi l’allievo acquisisce le principali regole grammaticali insegnate a scuola, ma non è in grado di utilizzare queste regole (e le loro eccezioni) nella comunicazione quotidiana.

La grammatica quindi non serve? Preso atto del fatto che la grammatica non è lo strumento adatto per accompagnare i sordi alla scoperta del piacere della lettura, è pur vero che la conoscenza approfondita della grammatica e della linguistica è necessaria per un utilizzo efficace dei ma.vi.®

La grammatica quindi, dal punto di vista della nostra proposta, passa così dall’essere strumento dell’allievo sordo all’essere strumento didattico nella formazione dell’educatore/insegnante. I ma.vi.® saranno lo strumento per rendere visibili questi aspetti grammaticali (fonetici, morfologici e sintattici) che caratterizzano la lingua e la sua testualità.

Dott.ssa Emanuela Valenzano, Linguista

Bibliografia:

Chomsky N.,  Linguaggio e problemi della conoscenza, Il Mulino, Bologna 1998.

Sebastiani M.M., Valenzano E., Educare alla lettura con i marcatori visivi, Aracne, Roma 2016.

Pubblicato da Maria Michela Sebastiani

Pedagogista, titolare dello Centro Pedagogico Linguistico di Torino

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