Educare alla lingua: significato e senso

L’educazione è profondamente legata alla nostra stessa esistenza e rappresenta l’essenza stessa delle nostre possibilità evolutive.

Attraverso l’educazione diamo alla nostra vita una direzione e realizziamo le trasformazioni cognitive e comportamentali che ci renderanno ciò che vorremo diventare.

Educazione è dunque “cambiamento” (Demetrio 1990). Infatti ogni processo educativo, che di per se non è un fenomeno osservabile nel suo svilupparsi, diventa oggettivabile solo nella realizzazione di trasformazioni migliorative.

Quindi l’educazione dovrebbe riguardare tutte quelle azioni utili ad attivare trasformazioni funzionali dei processi cognitivi e dei comportamenti.

Nello specifico, parlando di sordità e di difficoltà di comprensione del testo, l’educazione dovrebbe occuparsi di attivare cambiamenti in tutti quegli approcci disfunzionali che compromettono la comprensione dei testi e lo studio autonomo o, più in generale, l’acquisizione di tutte quelle informazioni veicolate dalla lingua verbale.

Non stiamo parlando di riabilitazione, ma di processi pedagogici che educano al conseguimento di autonomie progressive. Ciò a cui ci riferiamo non riguarda la semplice acquisizione della lingua, ma il miglioramento nellabilità di usare la lingua per comprendere il mondo, analizzarlo e, se possibile, renderlo migliore. Si tratta di un compito straordinario e complesso, in cui sono coinvolte tutte le figure educative che si relazionano col bambino.

I cambiamenti migliorativi riguardano la stessa biologia del nostro cervello ed è grazie alla plasticità cerebrale, che sono attivati dai processi educativi.

Le scienze cognitive infatti ci ricordano che la struttura fisica del nostro cervello «si modifica in funzione delle esperienze e della loro interiorizzazione» (Andreoli 2014 p. 7). Quindi è nell’esperienza e nell’interazione con le nuove generazioni che le figure adulte «attraverso l’educazione ne modificano le connessioni cerebrali creando vere e proprie nuove strutture» (Ibidem p. 8).

Potremmo dire che i processi di empowerment e di resilienza si basano appunto sulle potenzialità plastiche del nostro cervello e sulla conseguente possibilità di attivare cambiamenti (migliorativi) dei circuiti neurali, in un circolo di ricadute reciproche tra i processi mentali e le esperienze[1].

Quindi, lo ripetiamo, il concetto di plasticità in ambito educativo ha a che fare con la possibilità stessa del nostro cervello di modificare, riorganizzare e creare le sue strutture sinaptiche.

Tutto ciò si realizza anche sulla base delle esperienze, ambito privilegiato degli interventi educativi.

Durante l’età evolutiva, in modo particolare nei cosiddetti periodi sensibili, le possibilità di cambiamento sono maggiormente attivabili, anche se abbiamo «la possibilità di apprendere durante tutto il corso della vita» (Moro e Filippi 2010 p. 22) quando, ormai adulti, educhiamo noi stessi.

Posta in questi termini, l’educazione impatta sulla vita attraverso processi che riescono a modificare le nostre stesse strutture cognitive. È quindi un’azione estremamente concreta, che pone l’educatore al centro di una enorme responsabilità che tuttavia, al contempo, rappresenta la straordinaria opportunità di poter approntare interventi educativi che potranno attivare cambiamenti utili allo sviluppo del benessere.

Le dinamiche attraverso le quali si realizzano questi processi trasformativi sono illustrate da Bara (2007) che descrive un modello di cambiamento in cui indica tre condizioni necessarie al suo realizzarsi: le disposizioni personali, le abilità metacognitive e la relazione co−empatica.

Vediamo meglio di che si tratta e in che modo ciò può essere utile ad una riflessione dal punto di vista pedagogico ed educativo:

  1. le disposizioni personali includono sia fattori genetici che attitudini apprese dalle esperienze pregresse della persona in fase evolutiva. Determinano caratteristiche di personalità e stili motivazionali in virtù dei quali è l’individuo che decide “se e quando” attivare processi trasformativi. Questo non è un ambito di intervento pedagogico, tanto più se il soggetto manifestasse tratti disfunzionali o patologici;
  2. le abilità metacognitive consentono alla persona apprendimenti attivi, capacità di valutazione e analisi della realtà. Sono qualità che si sviluppano attraverso l’educazione e i programmi di istruzione pensati su modelli di sviluppo di competenze. Queste abilità dovrebbero essere stimolate ed educate per garantire processi strategici, decisionali, autonomi e funzionali in età adulta. Questo è chiaramente un ambito di intervento pedagogico;
  3. la relazione co–empatica  rappresenta «un punto di riferimento esterno a sé che faciliti, incoraggi, o talvolta suggerisca nuove possibilità di percepire ciò che accade, di viverlo emotivamente, di dargli un senso, e di rispondervi adeguatamente» (Bara 2007 p. 53). Chiaramente questo è un campo trasversale a tutte le professioni che trovano nella relazione la modalità di mediazione delle loro proposte, ma per l’educatore esso rappresenta lo strumento privilegiato, irrinunciabile, nel quale realizzare «esperienze vissute» (Erbetta 1998 p. 8).

Alla luce di queste considerazioni, potremmo affermare che l’intervento educativo trovi il suo significato nel progetto di sviluppo di skills metacognitive, che gradualmente accompagnino il ragazzo verso l’autonomia e la partecipazione sociale, e il suo senso nella relazione co–empatica educatore/educando.

Dott.ssa Maria Michela Sebastiani, pedagogista


[1] Per approfondire il tema si veda Moro e Filippi 2010.

Pubblicato da Maria Michela Sebastiani

Pedagogista, titolare dello Centro Pedagogico Linguistico di Torino

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