ESPERTI MA.VI.® in azione

Mi chiamo Sara e sono Assistente alla Comunicazione. Ho iniziato questo lavoro un po’ per caso, seguendo una passione nata incontrando e studiando Lingua dei Segni all’università, quindi senza un vero approccio alla sordità da un punto di vista educativo e didattico. Questi aspetti li ho approfonditi successivamente frequentando il corso AsCom presso l’Ente Nazionale Sordi, che che mi ha dato la giusta forma mentis per avvicinarmi meglio alle modalità di comprensione e apprendimento di un bambino/ragazzo sordo, insegnandomi quanto sia importante essere consapevoli delle infinite variabili possibili, dovute alle caratteristiche specifiche del singolo alunno.

Anche se solo in un paio d’anni di esperienza, ho già avuto modo di incontrare realtà abbastanza diversificate per quanto riguarda la sordità nella scuola: ho iniziato lavorando con una ragazza del liceo, oralista grazie a un impianto che ha dato ottimi risultati, quindi con una comunicazione verbale perfettamente efficace; poi ho conosciuto un bambino dell’asilo, figlio di udenti, con impianto cocleare ma senza alcuna forma di comunicazione e infine dei ragazzi di scuola media, sordi figli di sordi, quindi con una solida LIS come L1.

La maggior parte dei miei studi, però, sono sempre stati molto teorici e nella pratica mi sentivo un po’ persa nella ricerca continua di idee, di modalità di adattamento dei materiali e schemi che potessero essere efficaci e fruibili, ma non avevo un metodo sistematico. Ciò, invece, dovrebbe essere fondamentale sia per una maggiore agilità di lavoro, perché, almeno per me, quando si hanno delle regole l’organizzazione diventa un po’ più semplice, sia perché questo ordine mentale si instilla nell’alunno, che può dunque seguire una programmazione ordinata e concentrarsi sull’apprendimento dei contenuti.

A volte mi sono proprio ritrovata a chiedermi “e adesso come faccio?”, come faccio a passare, a comunicare questo concetto in un modo davvero efficace? Ovviamente uno dei grandi scogli, se non il più grande, è proprio la lingua italiana. Con i bambini più piccoli bisogna lavorare sul processo di apprendimento della lingua, apprendimento che deve risultare il più completo e corretto possibile, ma che deve anche essere accessibile e piacevole. Con i grandi, invece, la difficoltà è doppia perché a scuola non è solo richiesto di studiare la lingua nella sua struttura, ma la lingua diventa trasversale a tutti gli altri insegnamenti e, se la base non è solida, il castello cade su tutti i fronti! La scuola, poi, è molto veloce e richiede dei ritmi che non sempre si adattano alle difficoltà di uno studente che, perlomeno nella mia esperienza, effettivamente non capisce nulla di ciò che è scritto sul libro.

È lì che entra in gioco l’Assistente alla Comunicazione con schemi, riassunti adattati, materiale integrativo, giochi e chi più ne ha più ne metta! All’inizio, senza esperienza, andavo un po’ a tentativi, cercando di capire quale fosse il modo più giusto: seguire il programma curricolare cercando di stare il più possibile al passo o deviare su un percorso alternativo che si ricongiungesse poi al traguardo finale? Non è facile e, anzi, la cosa più frustrante è proprio quando pensi “ecco ha capito!” e invece, due giorni dopo, ricade nello stesso errore e si torna punto e a capo; spesso mi sono sentita di tappare buchi in uno scolapasta perché sfuggiva sempre qualcosa.

Poi mi sono imbattuta nel metodo MAVI, del quale ho frequentato la Summer School. Nonostante ad oggi io non abbia ancora avuto modo di metterlo veramente in pratica, posso dire che il mio feedback è davvero molto positivo.

Ciò che mi ha subito incuriosito è stata l’apparente banalità, in senso buono, di un metodo che si vede essere nato da un’esigenza reale e concreta. Dico banalità perché lavorando con i sordi e studiando lingua dei segni la parola “visualizzare” si sente e si risente, ma il bello dei MAVI è appunto far vedere in un modo semplice e fruibile ciò che la mente attiva automaticamente, che è complicatissimo, soprattutto per chi non possiede l’italiano come L1, ma di cui anche io stessa mi sono stupita vedendo quella ragnatela di collegamenti nascere sul foglio.

Come forse tanti altri in un lavoro come il mio, mi era già capitato di usare i colori per provare a chiarire i collegamenti del testo, soprattutto nelle temutissime comprensioni, ma non avevo mai pensato che potesse essere un metodo definito: invece, ho scoperto che nei MAVI c’è una modalità di marcatura precisa e diversa per ogni obiettivo, il che può rendere lo studio della lingua italiana accessibile su più livelli, adattando l’obiettivo ai bisogni linguistici di questo o quell’alunno. Inoltre, come Emanuela e Michela ripetono spesso, non si tratta di un metodo “fatto e finito”: cioè, è chiaramente definito nella struttura e nelle regole fondamentali, ma è estremamente flessibile e permette grande libertà di adattamento, perché ognuno può sviluppare le attività secondo la sua creatività e necessità. Le stesse modalità del metodo, infatti, sono in continuo miglioramento proprio grazie a chi lo usa poiché, in un ambiente positivamente collaborativo come quello che ho conosciuto qui, suggerimenti, dubbi o proposte sono accolti e discussi con molto interesse, diventando nuovi spunti per il lavoro futuro.

Ci sono degli aspetti dei MAVI secondo me illuminanti, nel senso che si discostano da come sono sempre stata abituata a vedere e vivere le modalità di apprendimento della scuola italiana e che, per quanto mi riguarda, hanno stimolato interessanti riflessioni linguistiche, educative e non solo. Un aspetto che mi ha colpito è, per esempio, il fatto di svolgere il lavoro sui testi, permettendo una visione completa dei meccanismi e non quella limitata al singolo esercizio di grammatica che il bambino deve eseguire rispettando pedissequamente la consegna. Anzi, un’altra bella caratteristica dei MAVI, secondo me, è poterli costruire passo per passo insieme all’alunno, in modo che possa interiorizzarli e personalizzarli, senza riceverli come una regola già pronta come a volte la scuola tende a fare. Questo, a mio parere, può essere molto utile per permettere ai ragazzi, ma anche agli esperti stessi, di elaborare numerose riflessioni, anche meta-linguistiche, perché i collegamenti che si formano tra le parole si osservano disegnandoli concretamente e ciò può attivare un processo di apprendimento contrario all’usuale, cioè comprendere autonomamente i meccanismi linguistici e solo dopo impararne la regola da manuale.

Ho già provato a usare i MAVI lettura con uno dei miei ragazzi, perché non c’era verso di comprendere un testo di antologia dato per le vacanze e, nonostante fossimo in videochiamata e io non abbia avuto modo di spiegare adeguatamente il metodo, devo dire che come primo esperimento è stata una conferma molto positiva!

Perciò, non vedo l’ora di vedere come andrà quando ritorneremo a scuola, ma qualcosa mi dice che ci sono ottime previsioni! Quindi grazie a Emanuela e Michela per tutto e…ci aggiorneremo!

Sara Adami, Ascom

Pubblicato da Maria Michela Sebastiani

Pedagogista, titolare dello Centro Pedagogico Linguistico di Torino

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